11 Settembre 2026

Medicina in Italia: tra laureati in aumento, carenza di medici e stipendi inadeguati

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Carenza medici

Carenza medici

Anche Montano Lucino, come molte altre realtà italiane, si trova ad affrontare una crescente carenza di medici di base. Negli ultimi anni, molti cittadini del comune lamentano difficoltà nel trovare un medico di riferimento, liste d’attesa più lunghe e ambulatori sovraccarichi. E le proiezioni per il futuro non sono rassicuranti: con l’età media dei medici in costante aumento e il numero di pensionamenti previsto nei prossimi anni, il rischio è che il paese rimanga sguarnito di figure fondamentali per la sanità territoriale.

Quella di Montano Lucino non è un’eccezione, ma un sintomo di una crisi strutturale del sistema sanitario italiano. Una crisi che, pur tra segnali contraddittori, mostra tutti i suoi limiti. Vediamo quali.

Laureati in crescita, ma medici insufficienti

Negli ultimi anni, il numero di posti disponibili per il corso di laurea in Medicina è aumentato, passando da circa 9.000 nel 2019 a 14.740 nel 2022. Tuttavia, questo incremento non ha risolto la carenza di medici nel SSN. Secondo l’Anaao Assomed, tra il 2019 e il 2023 si prevede un deficit di oltre 10.000 medici, dovuto a 32.501 pensionamenti a fronte di soli 22.328 nuovi specialisti che opteranno per il SSN. Questo squilibrio è destinato a crescere, considerando anche una carenza pregressa di oltre 6.200 medici e la necessità di almeno 4.000 specialisti per affrontare emergenze come la pandemia da COVID-19.

L’imbuto formativo: un ostacolo strutturale

Il problema principale non risiede nel numero chiuso per l’accesso a Medicina, ma nel cosiddetto “imbuto formativo” post-laurea.

Cosa sono i contratti di formazione?

Dopo aver completato i sei anni di laurea in Medicina e Chirurgia, un medico non può ancora lavorare come specialista o medico di base. Per farlo, deve accedere a un contratto di formazione, che rappresenta l’unico canale per ottenere l’abilitazione professionale piena.

Esistono due principali percorsi:

  • Le Scuole di Specializzazione in Medicina, che consentono di diventare medici specialisti (come cardiologi, chirurghi, psichiatri, ecc.);

  • Il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale, che forma i medici di base, gestito a livello regionale.

L’accesso avviene tramite concorso pubblico, nazionale per le specializzazioni e regionale per la medicina generale. Una volta ammessi, gli studenti ottengono un contratto retribuito (circa 1.700 euro netti al mese), finanziato dallo Stato o dalle Regioni, della durata di 3-5 anni a seconda del percorso.

Il contratto di formazione è obbligatorio: senza di esso, il medico non può esercitare nel Servizio Sanitario Nazionale, né partecipare ai concorsi pubblici, né intraprendere una carriera autonoma come specialista. In sostanza, è la chiave che trasforma un laureato in un medico operativo.

Il collo di bottiglia

Il problema è che i contratti sono insufficienti rispetto al numero di laureati. Tra il 2013 e il 2018, su 51.369 medici neolaureati, solo 43.748 sono riusciti ad accedere a un percorso formativo post-laurea. Almeno 7.621 giovani sono rimasti esclusi, creando una fascia grigia di professionisti che non possono lavorare nella sanità pubblica e restano ai margini del sistema, spesso costretti a cercare fortuna all’estero.

Questo meccanismo ha creato l’ormai noto imbuto formativo, un paradosso tutto italiano: lo Stato forma migliaia di medici ma non offre loro l’opportunità di completare il percorso, mentre contemporaneamente lamenta la carenza di professionisti nelle corsie ospedaliere e negli ambulatori.

Carenza di medici di base: un problema nazionale

La situazione è particolarmente drammatica nella medicina generale. Secondo la Fondazione Gimbe, al primo gennaio 2024 mancano 5.575 medici di famiglia in Italia. Le regioni più in difficoltà sono Lombardia (-1.525), Veneto (-785) e Campania (-652). Il 77% dei medici di base ha più di 54 anni e tra il 2023 e il 2026 circa 11.439 medici andranno in pensione, senza un numero sufficiente di giovani formati a rimpiazzarli.

Stipendi tra i più bassi in Europa

Ad aggravare il quadro c’è la questione economica. Gli stipendi dei medici italiani sono tra i più bassi in Europa occidentale. I medici in formazione specialistica ricevono circa 1.700 euro al mese, una cifra nettamente inferiore rispetto a quella percepita in Germania, Francia o Olanda, dove si possono superare i 3.000 euro netti già durante il periodo formativo.

Anche gli specialisti strutturati, con anni di esperienza, si fermano intorno ai 4.000 euro netti mensili, mentre i colleghi europei raggiungono facilmente i 5.000-6.000 euro. Questo divario retributivo favorisce l’esodo di professionisti italiani verso l’estero, alimentando ulteriormente la carenza interna.

Conclusione

La crisi della professione medica in Italia è il risultato di un sistema che forma medici ma non li accompagna fino alla piena professionalizzazione, li retribuisce poco e offre prospettive poco allettanti. Senza un aumento deciso del numero di contratti di formazione, un piano per valorizzare economicamente la professione e una visione di lungo periodo per rafforzare la medicina territoriale, il rischio è quello di vedere il SSN svuotarsi lentamente dall’interno. Un rischio che coinvolge anche piccoli comuni come Montano Lucino, dove la sanità di prossimità è la prima — e spesso unica — forma di cura per la popolazione. Un lusso che un Paese con la nostra popolazione non può più permettersi.

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